VERSO NUOVE PROSPETTIVE NELL’ARTE CONTEMPORANEA
II corpo e l’identità sono alla base della ricerca artistica di Erich Turroni, scultore e pittore, nato nel 1976.
“Nella pittura mi piace la possibilità di poter lavorare con trasparenze e per sovrapposizioni, creando immagini rarefatte e enigmatiche. Ciò che mi interessa è il segno che manca, il vuoto che sta dentro e attorno”.
Qual è stato l’elemento o gli elementi che hanno più influenzato le sue opere?
Credo che tutto parta dal corpo, inteso non come soggetto da ritrarre ma come campo di tensione: identità, memoria, desideri. Il corpo è il primo paesaggio che abitiamo e, allo stesso tempo, il primo mistero che non riusciamo a vedere per intero. Per questo le mie immagini somigliano più a radiografie, a passaggi di densità, dove l’impronta e la gestualità emergono come tracce fisiche e residue del suo attraversamento, più che come figure riconoscibili.
Qual è il percorso per trasformare un’idea visionaria in un’opera?
Il concetto alla base della genesi del mio lavoro è nello scambio continuo tra disegno e scultura. A volte una scultura nasce da un disegno precedente, disegni che considero veri e propri quadri, altre volte accade il contrario: realizzo prima la scultura e, da essa, prendo ispirazione per opere bidimensionali. È un dialogo costante, una circolazione di forme che non ha un punto d’inizio definito.
Non parto mai da un’idea “compiuta”. Preferisco che l’immagine si costruisca in modo progressivo, attraverso stratificazioni e rimandi tra un medium e l’altro.
Se esiste una “visionarietà”, per me è la capacità di accettare che l’immagine resti parziale, spostata, mai definitivamente chiusa.
Cosa la guida nello sviluppo dello schizzo iniziale?
Spesso lo schizzo non è un inizio, ma una traccia tardiva, una forma di registrazione. Disegno quando percepisco che un’immagine interna rischia di diventare troppo definita: il segno sul foglio mi serve per contraddirla, per mantenerla aperta.
Non mi guida il desiderio di “bloccare” una forma, ma di metterne alla prova la fragilità. In questo senso il vuoto, il non detto, il non tracciato, conta quanto la linea. Mi interessa ciò che manca: il bordo che non chiudo, la figura che non si mostra per intero, la parte che resta fuori campo. Lo schizzo è il luogo in cui verifico fin dove l’immagine può resistere senza cedere all’eccesso di spiegazione.
Tra le imperfezioni dei materiali, qual è quella che considera più “magica”, in grado di stimolare la sua creatività?
Lavorando con materiali sintetici e industriali la “magia” più interessante è sempre quella che sfugge al controllo: una bolla d’aria, una velatura inattesa, una micro-frattura nella superficie.
Non considero queste imperfezioni come errori da correggere, ma come ingressi, punti in cui la materia smette di essere neutra e inizia a suggerire qualcosa che non avevo previsto. Mi interessa più ciò che si incrina rispetto a ciò che funziona alla perfezione. Le superfici dei miei quadri sono inglobate in strati di resina che raramente risultano lisci: durante il processo di realizzazione emergono spesso piccoli “inconvenienti” che ne segnano la pelle. Sono tracce che non controllo del tutto e che considero parte viva dell’opera, come se la superficie respirasse e registrasse il proprio stesso farsi.
In che modo il luogo influisce sulla sua scelta della città e dello spazio in cui immaginerebbe un’installazione, e quali caratteristiche dovrebbe avere per entrare in dialogo con l’opera?
Per me ogni luogo ha una sua anima, qualcosa che filtra nel processo creativo e inevitabilmente lo orienta: per questo immaginerei l’installazione in uno spazio capace di risuonare con il lavoro, un luogo spirituale, anche un bosco, dove l’ambiente stesso diventa parte attiva dell’opera.
Quanto alla città, più che una capitale immaginerei un luogo di frontiera, dove il confine tra sopra e sotto, tra visibile e invisibile, sia già inscritto nella geografia.

