VERSO NUOVE PROSPETTIVE NELL’ARTE CONTEMPORANEA
Verter Turroni – 1965 – è un artista e designer italiano, co-fondatore con Emanuela Ravelli di imperfettolab.
Al verbo “lavorare” (nella sua forma di participio passato) sono state poste le virgolette proprio per evidenziare con maggiore forza l’operosità di quest’artista, la sua irrinunciabile manualità, la sua piena adesione all’atto di creazione che, nella potenzialità della materia, non trova inerzia, ma una vita che scaturisce tra l’agire e il non agire. Un movimento primitivo, questo, che è anche lotta per il controllo del processo, sia esso un’ossidazione o un’impronta non importa, perché il suo modo di procedere è una macchina fenomenologica che non attende del tutto alla visione di colui che opera.
Marco Bazzini, in “Il risveglio dell’angelo” (testo critico).
Come è nata la sua passione per l’arte e come ha deciso di farne il centro della sua vita, trasformandola in una professione?
Credo che ad alimentare la mia passione per l’arte e per il mio lavoro sia stata, prima di tutto, l’ambiente della casa in cui sono nato e cresciuto. Mio padre dipingeva e la pittura era una presenza naturale, insieme ai quadri e ai libri d’arte che abitavano gli spazi come cose necessarie. Il fatto che anche mio fratello sia diventato artista è, per me, una conferma ulteriore di quella condizione familiare: non è qualcosa che abbiamo scelto ma un linguaggio che ci è cresciuto addosso, condiviso senza bisogno di spiegazioni.
L’arte è diventata professione nel momento in cui ho riconosciuto che quella ricerca non era separata dalla vita, ma il mio modo più preciso di attraversarla.
Come trasforma un’idea o un “semplice” schizzo su carta in un’opera scultorea?
Per me lo schizzo non è mai preparatorio. Non è un progetto, né una tappa obbligata verso la scultura. È piuttosto un gesto di pausa, una forma di concentrazione leggera. Io lavoro continuamente con lo sguardo e con le mani; la forma si costruisce nel fare, nel correggere, nel tornare a guardare. I disegni trattengono un’esperienza della forma, un passaggio dello sguardo.
Qual è il ruolo dell’intuizione nel modo in cui scegli, combini e fai dialogare i materiali nelle tue opere?
L’intuizione per me è centrale: è una forma di intelligenza silenziosa, costruita nel tempo, dopo più di trent’anni di lavoro. Quando parlo di “intuizione” intendo quella capacità di riconoscere subito una possibilità. Prima osservo, a lungo, e poi le mani traducono ciò che gli occhi hanno già iniziato a comprendere. Non nasce dal vuoto: nasce dall’abitudine a guardare, dal continuo fare, dall’aver imparato a sentire dove un materiale può arrivare e dove invece resiste.
Le sue creazioni evocano forme organiche e equilibri precari. Cosa la ispira maggiormente?
Mi ispira ciò che ha attraversato il tempo senza perdere mistero. L’archeologia e la storia mi hanno insegnato a leggere le forme come tracce: frammenti che portano addosso un uso, un rito, una stratificazione. Le mie opere nascono lì, in quel punto in cui un reperto e un organismo sembrano parlare la stessa lingua: quella della materia che resiste, cambia, e continua a raccontare.
Quando inizia un lavoro parte dall’idea di creare un’opera d’arte utilizzabile oppure crea una forma bellissima e poi pensa all’utilizzo?
“Come designer parto da un’idea di uso e contesto, con la necessità che l’oggetto possa essere riconosciuto e desiderato. Il compromesso fa parte del mestiere: non lo vivo come una rinuncia, ma come una negoziazione intelligente con la realtà. Non definisco mai un mio progetto di design come un’opera d’arte.
Il design resta un territorio con regole proprie, un luogo in cui la forma deve trovare un modo di abitare e essere abitata, non solo di affermarsi. Quando lavoro come artista, non cerco compromessi, l’espressione è libera, non deve piacere, non deve funzionare. Sono due atteggiamenti diversi, ma comunicanti: il designer porta con sé l’artista, e l’artista tiene vivo il rigore del designer. È in questa ambivalenza che riesco a muovermi senza tradire né l’una né l’altra parte di me”.
Come designer quali sfide incontra nel rendere ogni oggetto unico per collezionisti e interior designer?
“La sfida principale è mantenere viva l’unicità senza trasformarla in un espediente stilistico: la mia collezione supera i novanta pezzi e ogni nuovo oggetto deve aggiungere qualcosa, senza ripetersi e senza tradire un linguaggio costruito nel tempo.
Quando ho iniziato, nel 1997, il design da collezione nel mondo dell’arredo e degli interni non era una strada riconosciuta come oggi. La collezione ha potuto crescere grazie a collezionisti e interior designer lungimiranti che hanno creduto in me. La sfida è restare radicali e indipendenti, ma capaci di dialogare con chi sceglie i nostri pezzi: in ascolto del contesto, senza perdere la direzione della ricerca”.

